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Fuga da via Cavour

La zia Seppa era morta! l’avevamo vista nella bara, con i capelli raccolti e il rosario tra le dita. Quanto ci voleva bene! d’ora in poi la  sua porta si sarebbe chiusa per sempre e le sue mani non ci avrebbero dato più né caramelle né carezze.

Eravamo tutti tristi, era difficile trovare persone che ci trattassero con gentilezza, come faceva lei, in via Cavour.

Fummo una settimana in lutto, neanche la televisione accendemmo per rispetto all’anima sua e non avremmo più giocato a figurine d’avanti alla sua casa.

Tonino arrivò con un pallone nuovo di zecca e giocammo in piazzetta fino alle dieci di sera, quando le nostre madri ci vennero a riprendere urlando e agitando il manico della scopa.

Quella era la nostra vita in via Cavour, un po’ come quella di tutti gli altri ragazzini delle rughe.

Ogni tanto per spassarci prendevamo degli specchi e dal balcone di fronte all’ufficio di collocamento, situato al pian terreno di un vecchio edificio,  davamo fastidio agli impiegati, intenti a scrivere a macchina , indirizzandogli la luce del sole negli occhi. Il più delle volte chiudevano le tende, ogni tanto uscivano a lamentarsi con i genitori, ogni tanto ce le prendevamo, la maggior parte delle volte però riuscivamo a sfuggirgli per poi tornare quando la loro furia era passata.

Al giovedì giravamo tra le bancarelle del mercato comunale e tornavamo a casa sempre con qualcosa in tasca: un orologio della Casio, una radiolina, un accendino, un portachiavi… solo un paio di volte fummo beccati dal -vucumprà-, e furono calci potenti nel fondoschiena  che ancora fanno male.

La nostra banda era formata da dodici ragazzini dagli otto ai quindici anni, i più grandi ci insegnavano a vivere in strada, ci proteggevano nelle risse e ci davano le botte se non ubbidivamo ai loro ordini, ma nessun altro doveva toccarci.

Fu in un pomeriggio di aprile che organizzammo il tutto.

Ci riunimmo dietro il furgone verde e bianco del latte perla, parcheggiato nella via,  e studiammo il piano nei minimi particolari.

I nostri genitori erano troppo duri con noi, in fondo eravamo solo dei ragazzini. Perché ci sgridavano di continuo? perché ogni volta che combinavamo qualche casino ci davano le botte? Noi bambini non tolleravamo più quel comportamento dei grandi, quindi la decisione era presa, saremmo fuggiti di casa.

Io avevo un coltello di sopravvivenza con dentro al manico dei fiammiferi, un ago e del filo per darsi dei punti di sutura come Rambo se mai ce ne fosse stato bisogno. Ognuno di noi avrebbe portato del cibo, ce lo saremmo fatto bastare finché, dopo costruita la casa sull’albero, non avremmo incominciato a vivere di caccia e pesca tra i boschi. 

Qualcuno si era tirato indietro, diceva che in fondo a casa ci stava bene e non era disposto a rinunciare ai cartoni delle 16.00, li nel bosco non avremmo avuto elettricità e quindi neanche la televisione.

Non avrebbero detto niente della nostra fuga agli adulti, neanche sotto tortura, questi erano i patti.

Il giorno seguente, le cartelle della scuola erano pieni di ogni ben di Dio, dalle merendine alle soppressate fatte in casa, ce l’avremmo fatta.

Decidemmo che alle 12.30, al suono della campanella, non saremmo tornati alle nostre case, avremmo preso il volo verso quella che sarebbe stata la nostra nuova vita.  

I nostri genitori ci avrebbero cercati, si sarebbero preoccupati, avrebbero pianto non trovandoci, avvisato i Carabinieri… ben gli stava! 

Il grande albero di melo con i rami divaricati era perfetto per costruirci sopra una casa in legno come quella di Tom Sawyer e avremmo costruito anche una zattera per  andare a pesca  lungo il fiume Ancinale.

Giuseppe si era portato dietro i Nunchaku fatti con il manico della scopa e la catena del cane.

Coltelli, roncole, martelli, chiodi… avevamo tutto il necessario ben nascosto, all’uscita del paese.

Andavamo svelti, con le Bicap sporche di terra, verso la campagna, attenti a non farci beccare.

Il paese era pieno di lingue lunghe e la solidarietà tra genitori era diffusa, se qualcuno ci avesse riconosciuti come prima cosa avrebbe avvisato le famiglie.

Ma fummo piuttosto furbi, attraversammo il paese con le cartelle sulle spalle, sembravamo quasi in gita, con i grembiuli blu  e il fiocco rosso, potevamo andare ovunque, finalmente, tutti in fila indiana verso la libertà!

Dal casolare sulla destra, abbaiò un cane.

  • « ahahah, vi siete spaventati eh? tranquilli, questo è il cane di mio nonno, ma è legato »-

Eh già… era legato…

Razza bastarda e cane da mandria! era li in mezzo alla strada! con i denti digrignati e il pelo irto. Un maremmano incrociato con un orso!

Ricordo solo una grande distesa di terra, noi che correvamo, le cartelle della scuola abbandonate nella fuga e le bestemmie a denti stretti che servivano da propulsore per aumentare la velocità dei nostri piedi, le Bicap prendevano fuoco, il cuore pulsava forte, il fiato non reggeva. Il cane era sempre dietro, come Ivan il terribile nel film di Fantozzi.

Bastardo! non voleva lasciarci. L’ultima cartella lo beccò dritto tra le zampe, si aprì e caddero le soppressate. Il cane trovò più interessante il cibo e ci lasciò andare. 

Ci nascondemmo dietro un castagno. Avevamo perso le provviste, dovevamo riprendere fiato.

Bella storia, e adesso?!

E adesso era tardi, bisognava tornare a casa e trovare una giustificazione plausibile all’assenza e soprattutto alla scomparsa delle cartelle della scuola.

In via Cavour, ognuno potè sentire le urla di dolore dell’altro… furono schiaffi solidali ed educativi.

Non fuggimmo più di casa, ma ci fantasticammo parecchio. 

Idha Yokawa

Si addormentò sul bancone del bar della stazione con il whiskey ancora a metà, lo presero di peso e lo posarono sul marciapiede, come un sacco della spazzatura.

Un passante lo coprì con un plaid.

Quando riaprì gli occhi lei era lì, c’era sempre, lo aiutò ad alzarsi e lo fece salire sulla vecchia Toyota Yaris bianca.

Non dissero una parola lungo il tragitto, non serviva. Era la ventesima volta, o la trentesima?! ormai non le contava più.

Sapeva sempre dove trovarlo, pensò che lei lo seguisse apposta per umiliarlo, per farlo sentire braccato, impotente, controllato.  « Vada come deve andare » , diceva ad ogni bicchiere.

Dell’uomo fiero che era stato rimaneva ben poco, solo un taciturno e smunto manichino in balia del dolore.

Kuyokawa era carina con lui, l’unica rimasta, tutti gli altri si erano dileguati, come se non fossero mai esistiti.

Anche Yoki-tu, il suo amico, non si faceva sentire ormai da mesi.

L’alba, vista dal ponte Yankudovu,  gli ricordava lei.

Anche la gonna che indossava Kuyokawa gliela ricordava.

Anche l’accendino posato sul cruscotto gliela ricordava…

Anche i pannelli pubblicitari a led gliela ricordavano… 

  • « Ti fissasti!!!!, ajia a puttana da miseria! vi chi cazzu hai u fai nommu ti nda vai all’acitu! » –  (trad. non buttarti giù), continuava a dirgli per telefono suo fratello Agazio da Guardia al Monte in Calabria, il suo paese natale.

La  città di Kimmunskiat lo aveva accolto freddamente, Yoki-tu Kamoto fu il primo contatto con quella realtà sconosciuta, la sua guida tra gente con fisionomie e modi di pensare e agire diversi.

« Vorria u sacciu chi cazzu ti girau ‘nta a testa, ‘Gnà! Chi cazzu u volivi ‘u ristoranti i Susci a Guardamonti??  Mancu ‘o barra i Gnaziu c’a birra Peroni vaci avanti! Tri animi e nu furnu e jisti u ti apri u ristoranti i Susci! chi ti sciusciavi?! On ‘ndavivi tempu u susci nta si vajati cu i pecuri!!!??? » 

(Trad: Secondo me hai fatto un investimento sbagliato Ignazio).

Forse si, ma non poteva farci nulla, aveva seguito il suo istinto, l’amore.

Roma in quegli anni era meravigliosa, la sua età era meravigliosa, anche lei lo era, seduta sulla scalinata di Piazza di Spagna, sorridente in posa per la foto.

« Parli italiano? »

« Un poco poco… »

« Di dove vieni tu…? » le disse…

« Kimmunskiat »

« Ajia a miseria ancora on ti caniscivi e  già mi jestimi? » 

(Trad. Non conosco il posto ma dev’essere molto bello).

Furono carezze interminabili, attimi di amore travolgente, passionale, e pur non conoscendo nulla l’uno dell’altra né capendo una sola parola si giurarono amore eterno. Lei non ripartì.

Finito il servizio di leva lui le propose di sposarlo, a gesti.

Lei accettò con un sorriso, sorrideva sempre.

La presentò ai suoi anziani genitori, al paesello, li aveva avvisati per telefono che sarebbe tornato con una sorpresa.

« Undi cazzu a trovasti a st’occhi pistati? Picchì rida sempa?!» disse suo padre. 

(Trad. Dove l’hai conosciuta questa bellezza asiatica?)

« A Roma pà »

« E chi a portasti a fari ccà? »

(Trad. sono felice che sia qui.)

« Me la voglio sposare e apriremo un ristorante di Sushi, qui, a Guardia al Monte ».

« Tu si scemu, quant’é veru sant’Agaziu! »  

(Trad. Non credo sia una buona idea figlio mio).

Ma lui non volle sentir ragioni e il resto è storia.

La fuga i Idha Yokawa con i suoi risparmi, il viaggio alla ricerca della fuggitiva, la vita a Kimmunskiat senza la possibilità di ritornare indietro.

« Tu volele poco poco acqui? »

« Acqua, Kuyokawa, non acqui… no che mi fa male »

« Allola io andale via casa mia, mia. Se tu avele bisogno chiamare! Va bene? »

Ancora non capiva perché quelle persone erano tanto gentili con lui, in fondo era un estraneo.

Non poteva continuare così. Fino a quando avrebbe retto?

Scrisse due righe su un foglio, lo lasciò sul tavolo quadrato e uscì di casa ancora una volta, la sua figura si perse tra le bancarelle del mercato e lo attraversò, come un fantasma.

 Giunse al ponte Yankudovu, guardò giù, tra le barche che trasportavano turisti intenti a scattare foto.

« Idha Yokawa » – pronunciò quel nome sottovoce ancora una volta, salì sul parapetto e si lasciò cadere nel vuoto.

Un gruppo di persone che aveva assistito alla scena si radunò nel punto da dove si era lanciato, cercandone il corpo con lo sguardo.

Videro un uomo su una barca che urlava parole incomprensibili:

« Avi quattru anni chi ti cercu!!!! Quattru!!! Undi cazzu jisti a finiri?!?! tornami i sordi ca ti scannuuuuu!!! » 

(Trad. Ti cerco da quattro anni, finalmente ti ho ritrovata!! dove eri finita?! ti prego amore, ridammi i miei soldi).

Davanti a lui, in piedi,  sulla barca dentro la quale era caduto, una donna, con i capelli neri, sorridente, che cercava protezione dietro un altro uomo che presumibilmente era il compagno.

« Vogghjiu i soooordiiiiii!!! cosa fitusa!!!» 

(Trad. Ho bisogno di quei soldi per tornare a casa amore, ti prego). 

Urlando queste parole Ignazio si dava schiaffi da solo, si graffiava il viso e batteva con le mani sulle cosce così forte che il rumore poterono udirlo dal mercato di Kimunsckiat.

Idha Yokawa sorrideva, la sua bellezza era rimasta immutata.

Aveva ragione suo padre. Aveva ragione suo fratello; tutti avevano ragione, anche Yoki-tu Kamoto quando gli diceva:

« Ma chissa, pecchì rida sempi?!?!?! »  

(Trad. Idha Yokawa ha un bel sorriso).

La scambista

Come ci ero finito in quel posto assurdo non lo so, mi ero fatto convincere da Ilde, la mia compagna. Sosteneva che ne avevamo bisogno, io credo più per soddisfare la sua fantasia che la mia. 

Ero fortemente a disagio.

 Lei, al contrario,  sembrava una bambina curiosa, le si leggeva negli occhi l’eccitazione.

– « Nicola, separiamoci, forse è meglio… mi raccomando…»  –  e si allontanò verso un corridoio. Sapeva benissimo dove andare.

Questo suo comportamento mi destabilizzò, pensavo di conoscerla a fondo dopo cinque anni di convivenza e altri tre di università.  Lei, solitamente timida e introversa, seguiva la sua eccitazione superando quello che  era  sempre stato un limite, ubbidendo solo all’istinto.

Cominciai a gironzolare, con il bicchiere in mano, fermandomi  ad osservare come dietro le vetrine  uomini e donne si fondevano in orge multirazziali improvvisate, disordinate, senza freni inibitori nel soddisfare i propri desideri.

Io mi sentivo confuso, incominciavo ad aver caldo e mi mancava il respiro.

– « Ma dove sarà andata? » –

Ilde quando si metteva in testa una cosa, viveva in una specie di ossessione finché non riusciva a realizzarla, non ci dormiva la notte, presa dalla frenesia. Io no, io sapevo attendere.

Però mai avrei immaginato che la domenica prendesse quella piega.

La sua mente diabolica aveva organizzato tutto, nei minimi dettagli.

Aveva mandato i bambini da sua madre,  aveva inventato una scusa ed era riuscita a caricarmi con l’inganno in macchina e portarmi fino a qui, roba da matti!

Ne avevamo parlato, spesso, ma  era una di quelle cose che rimangono così, sospese, che poi tra il dire e il fare, si sa, ci passa più di un mare, a volte un oceano intero…

Incredibile, aveva avuto il coraggio di farlo! 

I nostri due amici, con i quali aveva organizzato il tutto, avevano dato buca. Si erano pentiti proprio all’ultimo momento e con una scusa si erano defilati. 

Una ragazza, con un invidiabile décolleté  mi si avvicinò  – « Ciao, vuoi assaggiare?! » – .

Che assurda sensazione, senza Ilde mi sentivo quasi in colpa, pur sapendo che proprio lei mi aveva portato li, mi aveva lasciato da solo e sapeva bene che posto era! forse non meritava la mia lealtà..

« No grazie,  se sarai ancora qui, tra poco tornerò insieme alla mia compagna ».

La tentazione di cedere fu forte, ma i patti prima di entrare erano chiari – « Tu non fai niente senza di me, ogni cosa insieme… puoi guardare ma non fare…».

Ma ora dove diavolo era finita?  mi aveva lasciato li, in mezzo a tutti quegli sconosciuti seminudi a cercare un qualcosa che fino ad allora avevo potuto soltanto immaginare! 

Eccola finalmente in fondo al corridoio!

 Ma che stava combinando seduta sul letto? Era letteralmente accerchiata da una coppia, un uomo e una donna con il volto coperto dalla maschera, anche lei indossava la maschera, un brivido mi salì lungo la schiena, l’uomo le mostrava orgogliosamente le misure, decisamente eccessive, cercai di razionalizzare..

 Conoscendola,  quella sua sua sicurezza iniziale era sparita ora che si stava concretizzando il suo desiderio. Accarezzava il materasso, quasi senza difese,   ne ero sicuro, lei cercava il mio aiuto.

Così mi avvicinai.

« Lui è il mio compagno Nicola… »

« Piacere » dissi.

« Ciao Nicola se sei d’accordo  la prenderà lui, la monterà a dovere… per le misure non preoccuparti…» –  ammiccò la donna.

No! questo non era previsto… Decisamente le cose ci stavano sfuggendo di mano!

Ero sempre più confuso, avevo paura delle conseguenze che quella scelta avrebbe avuto sul nostro futuro.

La ragazza mi mise una mano sulla spalla e cercò di condurmi con lei, in una stanzetta appartata.

I miei occhi e quelli di Ilde s’incrociarono, bisognava assolutamente uscire da quella situazione paradossale! 

« Scusami » –  dissi ,  – « vorrei parlare con mia moglie ».

Mi avvicinai, la chiamai in disparte togliendola dalle grinfie dell’uomo  – « Sei veramente sicura di farlo?! », mi guardò dubbiosa, ondeggiò il capo e biascicò un: –  « no… » – 

Allora la presi per mano e andammo insieme  verso l’uscita,  passando in corridoi pieni di gente mascherata. 

Via da quel luogo, il più in fretta possibile.

Incontrai di nuovo la ragazza di prima  con il décolleté, “in fondo visto che ci siamo un piccolo peccato potremmo farlo” pensai, mi fermai e insieme accettammo l’offerta, i biscotti che pubblicizzava erano davvero buoni, ne prendemmo due scatole.

Finalmente fuori ci togliemmo le mascherine anti Covid che ci davano fastidio.

Decidemmo che le domeniche d’estate non saremmo mai più andati al centro commerciale e  che non era ancora tempo di cambiare la stanza da letto con una nuova, cedendo  la nostra all’azienda,  in fondo l’avevamo comprata da soli cinque anni.

Quel luogo di perdizione stava per rovinare le nostre già esigue finanze! 

Ci fermammo sulla spiaggia, ci togliemmo le scarpe e respirammo l’aria frizzantina delle sei del pomeriggio, senza i bambini tra i piedi ci concedemmo un gratificante momento d’intimità e serenità  che da tempo non riuscivamo ad avere.

In fondo aveva avuto una buona idea Ilde.

Sulla SS 106

« Stronzo!!!! » –  urlò, mentre cercava di sfilarsi dalle mani le spine dei cardi.

« Maledetto! non voglio più rivederti!!!! ».

La punto GT diede di gas e sfrecciò veloce sulla statale verso nord.

Se avesse saputo quanto sapeva ora!!! ma non ebbe il tempo di capirlo, gli eventi si erano accavallati e il suo ventre cresceva a vista d’occhio, però se avesse potuto tornare indietro di certo non avrebbe rifatto quello stesso errore.

Mara però gliel’ aveva detto: « Non essere frettolosa Anna !! Pensa a quello che fai!».

Ma che caldo faceva!! si era sbucciata anche un gomito e sanguinava… 

Non aveva dormito aspettando l’alba e il momento in cui si sarebbero riabbracciati.

« Il tempo passa », diceva Mara « e non si rimedia a nulla, le persone non diventano migliori… »

Aveva ragione, cavolo se aveva ragione! Amica saggia, perché non le aveva dato ascolto!?

Un’auto in corsa la sfiorò facendola spaventare. Lei fece il dito medio urlandole dietro un sonoro vaffanculo.

Il perché Giuseppe si fosse infuriato così tanto però ancora non riusciva a realizzarlo, in fondo aveva detto semplicemente quello che provava, senza filtri! E lui  per tutta risposta l’aveva scaricata di peso sul ciglio della strada, distante dal centro abitato, per giunta al sesto mese di gravidanza e senza un goccio d’acqua! Uomo di merda!

Il loro rapporto era movimentato, certo, erano delle teste calde, litigavano spesso, però a questi punti non ci erano mai arrivati!

Alberto non l’aveva neanche sfiorata, avevano preso solo un gelato e poi avevano fatto due passi sul lungomare, ricordando i vecchi tempi, la loro storia d’amore, finita a causa del trasferimento di lui in Germania.

« Che cazzo! come faccio ora?!?! »   all’ombra di un albero, appoggiata al muretto paracarro « come una prostituta! »  le veniva da piangere.

Eppure con Alberto era stata bene, sul lungomare di Gioiosa Jonica, come allora, nonostante gli anni passati e quel matrimonio riparatore con quel vicino di casa del quale era rimasta incinta in una notte che aveva il sapore  dell’Hashish e della  birra gelata.

Poi lo aveva voluto tenere il bambino, in fondo a Giuseppe gli voleva bene, lo conosceva da sempre, conosceva i suoi trascorsi dai quali si era affrancato,  mai però aveva pensato potesse diventare suo marito, anzi, nemmeno lo aveva mai considerato come uomo, tanto era distante dai suoi gusti, ma così era andata e ora non ci poteva far nulla. 

Si ostinò  a tenere il bambino nonostante Antonietta, la madre, era disposta a proteggerla agevolandola se avesse voluto abortire all’insaputa del padre,  che era un uomo all’antica e non avrebbe accettato un nipote fuori dal matrimonio.

Fu sua la scelta, e ora se ne doveva assumere le responsabilità. 

Proprio  in quel giorno la sua auto doveva rompersi?! era stata costretta a chiamarlo, nessun altro poteva andare a riprenderla. 

Aveva pronta una scusa, delle analisi da far vedere al medico.

Giuseppe doveva arrivare da Siderno appena terminato  il suo turno al centro commerciale, perché era arrivato prima? 

Se lo vide davanti, sul lungomare, mentre era seduta su una panchina insieme ad Alberto. 

Salì in macchina e poi fu costretta a spiegare.

Lo aveva amato, molto, ma ora erano solo amici, non c’era niente tra loro, si erano incontrati per caso… 

Ma la voce le tremava e allora vuotò il sacco, non era vero che non lo amava più, non era affatto vero che era stato un caso.

Un’auto finalmente arrivò da sud, le fece cenno con la mano e si fermò.

« Ciao, mi porteresti per favore fino a Roccella? »

« Ma che ci fai qui da sola? con questo caldo! »

« È una storia lunga… mi ci porti?! »

« Sali… ».

Il mare oltre le rotaie alla sua destra era di un blu cobalto, quieto e immenso e quel gabbiano, che sorvolava il ponte di ferro arrugginito, portava qualcosa nel becco, forse cibo per i suoi piccoli. Le piaceva guardare i gabbiani. Seduti sulla spiaggia con Alberto lo facevano spesso, a volte senza neanche scambiarsi una parola, tenendosi la mano, semplicemente, dopo aver fatto l’amore al lido abbandonato, Lui  spesso citava una frase di un libro, Il gabbiano Jonathan Livingston, le rimase così tanto dentro quella frase che aveva deciso che un giorno suo figlio si sarebbe chiamato Jonathan, a dispetto di quell’ottusa tradizione di dare il nome dei propri genitori ai figli, un Jonathan in mezzo ai tanti Rocco, Salvatore, Pasquale… sarebbe cresciuto forte, avrebbe avuto le ali…

« Ma si… va bene così… » pensò sospirando, mentre l’auto correva sulla106.

Non erano lontani da  Roccella,  sarebbero arrivati in poco tempo.

Poco tempo, un attimo, un secondo, quel batter di ciglia prima dello schianto.

Bruno Tassone

L’impiegata

Il telefono, il fax e il computer datato; sulla scrivania sbocciava una meravigliosa orchidea che per un anno lei aveva curato con una costanza quasi maniacale vicina ad una pila di fascicoli da processare e passare in revisione prima di essere spediti alla sede centrale della banca.

L’ufficio esposto ad est era silenzioso e luminoso, ma in inverno un pò freddo per via degli spifferi che entravano dalla finestra disastrata che nessuno aveva provveduto a far aggiustare, nonostante le sue richieste.

Ci lavorava da venti anni in quel posto assurdo, non le era mai piaciuto, non amava i colleghi e non amava il capo ufficio, un vecchio porco lardoso che non perdeva occasione di farle delle avance.

Lei sapeva tenerlo a bada, d’altronde c’era abituata, era una bella donna e questo sembrava autorizzare i maschi di mezz’età, frustrati e infelici, a provarci.

Quel pomeriggio era da sola, tutti i colleghi erano andati in ferie lasciandogli una mole immensa di lavoro, capitava sempre così. Era un ambiente  maschilista, il peggiore che avesse mai visto, gente cattiva che non perdeva occasione per  fare piccoli dispetti e anche grossi torti o azioni indegne pur di primeggiare.

Quando sarebbe arrivato il momento del tanto desiderato riposo? Mai come quest’anno ne aveva bisogno, un pò di tranquillità finalmente, il mare, la famiglia, un buon libro e un gelato, stare in spiaggia fino al tramonto… non chiedeva infondo niente di più in quell’agosto strampalato e carico di tensione.

D’improvviso un forte rumore, come di un mobile caduto, la fece sussultare, proveniva dal piano di sopra!

La sua mente percorse tutte le tappe dell’ipotetica tragedia che da li a poco si sarebbe consumata, come solo la mente di una donna sa fare: era da sola, in strada non c’era nessuno e la guardia giurata, che controllava l’entrata, era andata a prendere un caffè con un collega e non era ancora tornato.

Si sentiva angosciata, nessun altro, oltre a lei, doveva trovarsi a quell’ora nell’edificio! Cos’era stato dunque quel rumore!? Chi l’aveva provocato?!

Provò a chiamare il marito, più volte, ma il telefono  non dava segni di vita, capitava spesso quando lui era dalla madre che viveva in campagna.

Allora, prese la borsa e le chiavi dell’auto e lasciò  in fretta la stanza per  andare fuori in strada e aspettare l’arrivo di qualcuno. Se non altro avrebbe avuto  una possibilità di fuga, in caso di pericolo.

Aprì la porta, che dal corridoio portava all’uscita principale e se lo ritrovò davanti, propio ai piedi delle scale che dal piano superiore portavano all’atrio…

Uno sconosciuto corpulento, con gli occhi neri, minaccioso era di fronte a lei e le bloccava il passaggio.

I loro sguardi s’incrociarono e in quell’istante, che sembrò interminabile, lei percepì una forza oscura dentro quegli occhi, capaci di ogni cosa, anche di uccidere. 

Quell’intruso era inquietante, decisamente, e lei non lo aveva mai visto prima!

Rimase immobile, come in preda ad un’improvvisa paralisi, pur volendo fuggire. La gola divenne asciutta , le mani e le gambe iniziarono a tremare involontariamente senza che lei riuscisse a fermarne la convulsione.

Perché? perché non era rimasta nella sua stanza? perché non si era chiusa dentro?!? sarebbe stata più al sicuro! Invece, la sua paura l’aveva portata a cacciarsi in quella situazione.

Si girò di scatto ubbidendo ancora una volta all’istinto e ritrovò quella forza interiore, ancestrale, dettata dalla paura. Corse verso il suo ufficio, lungo il corridoio. L’intruso a sua volta le corse dietro,   con uno scatto possente, intenzionato a non farsela sfuggire.

Urlò, nella speranza che qualcuno la udisse, ma nessuno, nessuno avrebbe sentito le sue urla di terrore, nessuno!

Sarebbe finita li la sua vita? perché lei, perché proprio a lei?! com’era entrato?! La guardia che prima era li non lo aveva visto?!

Come accade spesso nei momenti di grande pericolo la mente  ripercorre gli episodi della nostra esistenza, fotogramma per fotogramma, quasi volesse farne un resoconto finale prima del blackout definitivo.

In un millesimo di secondo si rivide bambina, poi ragazza, poi donna.  Rivide il momento del suo “Si” davanti all’altare e l’immagine dei suoi figli le si stampò fissa nella mente, mentre cercava di raggiungere la sua stanza, in una disperata corsa per sfuggire a  quell’aggressore sbucato fuori dai suoi peggiori incubi.

Le cadde la borsa , inciampò e si ritrovò a terra senza più difese, – “È la fine!” –  pensò.

Lui le si scaraventò addosso, con tutto il peso del suo corpo, e la teneva ferma sul pavimento.

Con la bocca vicina alla sua bocca, le pressava i seni e l’addome, bloccandole il respiro.

La sua paura più grande si stava materializzando, in un pomeriggio di agosto e nella solitudine di un luogo familiare che aveva sempre ritenuto sicuro.

Piangeva, impotente, mentre lui le strappava i vestiti .

Pregava e  piangeva, si dimenava nel tentativo di evitare  quella bocca che, frenetica, voleva unirsi alla sua. Aveva l’alito fetido e la sua lingua, nonostante lei cercasse di sfuggirgli, arrivava dappertutto, senza più controllo. Sempre più eccitato dalle sue urla spingeva il suo corpo possente sul suo esile e piccolo.

Con la coda dell’occhio intravide un uomo, vestito di nero, che si avvicinava correndo, minaccioso, con qualcosa in mano…

L’uomo lo afferrò per il collo e incomincio a stringerlo, con una specie di corda, chiamandolo per nome!

Poi agganciò il guinzaglio al collare e tirò forte per toglierglielo di dosso… lei, come una gazzella che sfugge agli artigli del predatore, si alzò e corse a chiudersi nel suo ufficio, trafelata, discinta e tremante.

Che ci faceva un cane dentro la banca?! Lei aveva il terrore dei cani, anche di quelli piccoli, anche di quelli innocui, figuriamoci di questo grosso molosso!!!! 

Un rottweiler!!! Per fortuna  addestrato, che voleva solo giocare!

La guardia giurata lo aveva lasciato in auto, con il cofano semiaperto per fargli prendere aria dentro la gabbia chiusa. Probabilmente era  riuscito ad aprirla e fuggire per poi intrufolarsi nell’edificio.

Il piccolo Tommy era un giocherellone, in fondo era ancora un cucciolo di appena un anno…

 

Bruno Tassone

Un Prete sfortunato

IL PRETE SFORTUNATO

Din Don Blim Blam… 

Così il suono delle campane annunciava la resurrezione del Cristo nel piccolo paese adagiato nella valle e circondato da boschi di alti abeti e faggi centenari.

Cinquecento anime, se tra queste contiamo anche le galline, i maiali e le mucche che popolavano le stalle e le strade, perfettamente a loro agio con la popolazione tanto da essere considerati a volte alla pari, non fosse per il fatto che non essendo dotati della capacità di parlare non potevano partecipare alla vita politica o alle discussioni in piazza, 

erano ben presenti in tutte le altre attività della comunità.

Il giorno di Pasqua si tirano fuori i vestiti più belli, anzi,  a dire il vero, uno solo che  si indossa in tutte le occasioni di festa, tenuto per il resto dell’anno in una cassapanca insieme al corredo delle figlie femmine tra le lenzuola ricamate a mano da esporre dopo la prima notte di nozze con ben in vista le macchie di sangue della perduta verginità .Quando questa era stata già persa prima del matrimonio in qualche pagliaio o campo di sulla, si cercava qualche escamotage per macchiarlo con il sangue di un povero animale sacrificato a tale scopo, l’onore  andava difeso a tutti i costi.

Quella mattina la messa sarebbe iniziata alle undici e nella chiesa grande avrebbe pronunciato il sermone il predicatore che proveniva dalla città.

Rosa, Bruna, Maria e Assunta, si erano date appuntamento nella  piazza del municipio prima della messa.

Legate nei loro scialli di stoffa, con le gonne adornate di fiori colorati e le camicette candide, lavate con la cenere e stirate con il pesante ferro a carbone, le quattro amiche si incontrarono nel luogo prestabilito.

I loro visi non corrispondevano al  canone di bellezza delle cittadine, ma avevano una bellezza contadina, di quelle senza tempo, i loro corpi erano piccoli, tarchiati, le gambe robuste e i polpacci muscolosi per via dei lunghi percorsi fatti in montagna per trasportare carbone e fascine  per questo o quell’altro signorotto e per pochi soldi.

Maria aveva gli occhi azzurri e i capelli corvini, dalla camicetta che rimaneva appesa sui seni se ne poteva immaginare la grandezza, acerbi ma già importanti e secondo il costume di quei tempi era una ragazza che presto avrebbe trovato marito.

Bruna, anche lei dai capelli neri e dai seni prosperosi era la più selvaggia del gruppo: abitava nelle campagne e in paese ci andava solo per vendere il latte delle capre o per la festa. Aveva la treccia raccolta a “tuppu” dietro la nuca,  il viso duro e vispo e con l’espressione di chi, nonostante la giovane età,  la sa  lunga sulle vicende della vita.

Assunta e Rosa erano più magre e alte rispetto alle due amiche, anche se pur sempre basse rispetto alla media nazionale, ed erano anche le più ingenue, possedevano una sorta di  infantilismo che tardava a lasciare il passo alla  gioventù fatta di pensieri importanti, come quello di trovar marito e mettere su famiglia.

Erano sempre allegre e scherzose, come due bambine che trovano in ogni situazione un’occasione di gioco.

A dire il vero tutte e quattro erano ben predisposte alla presa in giro del prossimo, ironiche e sagaci nelle battute, tanto da tener testa ai ragazzi e agli uomini del paese che iniziavano a rivolgere loro attenzioni di un certo tipo.

Insieme, dopo due brevi chiacchiere,  si diressero verso la chiesa  a confessare i loro peccati, peccati che Dio stesso avrebbe assolto senza neanche ascoltarle, per quanto puerili.

Don Mario era il prete, non era originario del paese e da qualche anno gli era stato affidato il compito di proteggere quelle poche anime dalla perdizione.

Non era né anziano né giovane, aveva un’età indefinita, forse per via della mancanza di capelli e dell’abito talare che lo facevano somigliare più ad una statua di gesso che ad una persona in carne ed ossa.

Il viso era severo e tagliente che a guardarlo si immaginavano dietro quel volto sinistri pensieri, un’icona medievale del diavolo più che un sacerdote. 

Non era molto simpatico ai fedeli poiché era schivo e poco propenso all’accoglienza, aveva veramente poca empatia, ma nonostante l’aspetto temibile, o forse proprio per questo,  era diventato già da subito dopo il suo insediamento, oggetto di scherno dei ragazzini che si divertivano a farlo arrabbiare facendogli volare via il cappello a tese larghe e strattonandolo per la gonnella.

Lui rispondeva a questa mancanza di rispetto tirando calci nel vuoto  e diventando tutto rosso in viso per la collera. Questo suo comportamento anziché far cessare l’offensiva dei ragazzini l’incrementava, e anche i grandi si divertivano e ridevano, se pur con discrezione, alla vista del prete arrabbiato.

Don Mario viveva nella canonica insieme alla sorella, che non si era mai sposata e faceva da perpetua, donna pratica e sempre in movimento e questa sua operosità era riconosciuta e lodata da tutti in paese e i fedeli erano ben contenti di vedere la chiesa lustra e profumata. 

La signora Enrichetta considerava quel luogo come casa propria, tanto che una volta vi appese anche i salumi per farli maturare visto il grado di umidità perfetto che c’era all’interno della casa di Dio. Il fratello ovviamente si infuriò, ma lei con nonchalance  lo redarguì:  

– “Ma secondo te, Dio non vuole? anche per i salami questo è un posto benedetto!” e non li levò fino a quando non furono maturi.

I fedeli , durante la messa, osservavano le salsicce appese in alto deglutendo a vuoto, proprio come si osserverebbe un’apparizione celeste, a bocca aperta e con le lacrime agli occhi.

Quel giorno Don Mario aveva lasciato la porta della canonica socchiusa e aspettava i fedeli che avevano intenzione di confessarsi, non molti per la verità più che altro donne anziane e ragazzini da prima comunione.

Le quattro amiche, chiacchierando, arrivarono davanti la porta della chiesa e si diressero al lato destro, verso la canonica.

Per entrare bisognava oltrepassare un cancello in ferro battuto, alquanto arrugginito, che dava su un piccolo cortile di ghiaia all’interno del quale vi era una scala di granito che portava all’alloggio.

Le amiche sostarono davanti al cancello aspettando che qualcuno aprisse.

Dalle scale scese donna ‘Ntonuzza, corpulenta, rossa in viso e un po avanti negli anni si muoveva lentamente come una lumaca, un po tremante, con gli abiti neri e gli zoccoli aperti, anch’essi vecchi e  sporchi di terra. 

Donna ‘Ntonuzza aprì alle ragazzine: “Ah belle signorine, siete venute a confessarvi pure voi? È bravo Don Mario a confessare!”.

Ma la vecchia era un’abbonata della chiesa, quindi non faceva testo, seguiva tutte le messe anche tre volte al giorno.

Entrarono tutte e quattro insieme, quasi volessero fare una confessione comune, e trovarono Don Mario intento a rovistare in un cassetto che, girato di spalle , non si accorse del loro arrivo. 

  • “Buongiorno” disse Bruna, il prete si girò, meravigliato della presenza delle quattro ragazze.
  • “ Siete venute a confessarvi?”  
  • “Si Don Mario”
  • “Chi devo confessare per prima?” –  disse osservandole severo.

Un forte odore d’incenso inebriava i sensi, le ragazze si guardarono e tacitamente decisero che la prima a confessarsi sarebbe stata Bruna, la più grande del gruppo. 

Le altre tre uscirono  e si sedettero fuori sui gradini a godersi il tepore del sole primaverile.

– “Dimmi i tuoi peccati figliola…”.

Appena Bruna ebbe finito la confessione  fu il turno di Assunta, così  Bruna prese il suo posto a sedere sulle scale. 

L’ultima ad entrare fu Maria, il prete la fece aspettare in canonica e andò nella stanzetta a fianco.

Gli occhi azzurri di Maria osservavano gli abiti da cerimonia appesi alle grucce di legno dentro un armadio senza ante e fu tentata di accarezzare quei ricami dorarti e quelle stole così candide. Si avvicinò all’armadio e con la mano strinse una di quelle ricche vesti per valutarne il tessuto e sentirne la morbidezza e la consistenza, mai avrebbe avuto un abito fatto da un tessuto simile! Forse se avesse imparato il mestiere di sarta lo avrebbe un giorno cucito per qualche ricco signorotto, ma non avrebbe mai indossato un tessuto così pregiato, ne era estasiata.

Mentre ne valutava la consistenza non si accorse della presenza del prete, che fermo sull’uscio della porticina interna osservava la ragazza: ne osservava le forme, i capelli, i seni, le caviglie… inutile negare che fosse una ragazza appetitosa. Istintivamente, la sua mano scese lungo la tunica e toccò il membro che  era diventato improvvisamente turgido.

Cosa gli stava succedendo?  sentiva dentro di se un desiderio irrefrenabile, cos’aveva quella ragazzina di così attraente? Che seni, che bei capelli neri. 

 Silenziosamente si avvicinò alle  spalle di Maria e con un piccolo colpo di tosse la destò dall’incanto delle stoffe, Maria si spaventò e si girò di scatto.

 – “Scusate don Mario! mi ero incantata a guardare le stoffe, sto imparando a fare la sarta ed ero curiosa di vedere come erano cuciti i vostri abiti da cerimonia”.

  • “Belli vero? ce li mandano direttamente da Roma questi abiti, dal Vaticano… Ma che belli occhi azzurri che hai!” , le prese il mento tra le dita, come si fa con i bambini -“Ci vogliamo confessare signorina?!”
  • “Certo”- disse Maria.
  • “Siediti su questa sedia”, disse don Mario.
  • “ Allora dimmi bella colomba i tuoi peccati”, le mise la mano sulla testa mentre lui le stava accanto in piedi e le carezzava i capelli. Il viso della ragazzina era proprio all’altezza del bacino del prete,  che ormai non riusciva a contenere la sua eccitazione e sentiva pulsare nelle sue vene il fuoco del desiderio, con il cuore che batteva forte.
  • Don Mario, io non ho grandi peccati, che volete che peccati faccia… ho risposto male a mia madre, ho litigato con mio fratello… ma niente di più…”
  • “Eh no piccola mia” – e mentre diceva queste parole ormai febbricitante, le mise la mano sulla guancia e diresse la sua testa verso il suo addome:
  • “I peccati si fanno anche di notte, nel sogno… me lo dici dove metti le mani la notte? le metti tra le gambe?” – 

Maria, a questo punto si sentì soffocare, mentre lui afferrava la sua mano e la portava verso le parti intime.

La ragazzina si dimenò con forza da quella posizione e urlò, dirigendosi verso la porta di uscita rossa in viso e spaventata.

Don Mario non si aspettava questa reazione della ragazza e d’istinto si rifugiò nella chiesetta, ancora in preda all’eccitazione.

Le amiche, sentendo Maria gridare, si erano alzate in piedi sulla scala e quando la videro uscire con le lacrime agli occhi subito le si fecero intorno per farsi raccontare che cosa fosse successo. Inizialmente Maria non rispondeva alle domande, ma incalzata dalle amiche vuotò il sacco piangendo sempre più convulsamente:

 – “Questo gran porco!!!! mentre mi confessava mi ha chiesto se ho fatto peccati, io ho risposto di no e lui mi ha detto che anche la notte si fanno i peccati… chiedendomi dove metto le mani la notte e mettendomi la mano sul suo arnese! questo gran porco!!!”.

Bruna fu presa da una rabbia improvvisa e  senza pensarci due volte, bussò alla porta della canonica ma il prete non apriva  e con un una spinta la spalancò, entrò e iniziò ad inveire cercando di aprire la porticina della chiesa, ma il prete era chiuso a chiave.

Quello che era successo era una cosa deplorevole, come si era permesso?!?! Un uomo di Dio non può arrivare a tanto!!!!

Le tre amiche, dopo aver calmato Maria, e senza incontrare il prete, giurarono vendetta, intanto non avrebbero detto niente a nessuno di quanto accaduto.

Passarono tanti giorni,  un mese intero da quell’episodio  spiacevole  che ormai sembrava dimenticato. Nella mente delle ragazzine però non era  minimamente svanito il desiderio di vendetta e l’occasione tanto attesa di metterla in atto stava per presentarsi.

Il prete, per celebrare la messa nel paese vicino usava spostarsi in bicicletta sulla strada  principale. Le quattro ragazze da quindici giorni erano diventate operaie di Don Giacinto, imprenditore e proprietario boschivo,  che le aveva assunte per raccogliere i rami di scarto del taglio del bosco e farne delle fascine.

Si da il caso che questo boschetto, dove loro lavoravano,  fosse proprio a ridosso della strada percorsa dal prete. 

Lo osservarono per giorni, finché non arrivò il giorno fatidico.

Ed eccolo che arriva, Don Mario,  con il suo cappello nero e l’abito talare che ingombra e rende difficoltose le pedalate sotto il sole di giugno, affannato dopo aver percorso la  lunga salita della Stella.

Ora si, proprio ora iniziava la discesa e finalmente senza pedalare  potrà recuperare energia! 

Ma, all’altezza del boschetto, nel pieno della discesa, con il vento che alzava la tonaca e la mano che teneva il cappello successe qualcosa di inaspettato: cadde a terra sfregando con la pancia e la faccia sul selciato, perdendo il cappello, bucando la tonaca e insanguinandosi le mani! Una caduta disastrosa!

Le quattro ragazze erano riuscite nel loro intento: avevano teso una corda  da un lato all’altro della strada, accuratamente nascosta sotto il  manto selciato, Bruna e Assunta ne tenevano un capo, nascoste nel boschetto e le altre due dall’altra parte della strada tenevano l’altro capo della corda ben nascoste dietro i cespugli. 

Attesero così, immobili, l’arrivo del sacerdote, proprio come il pescatore  che dopo aver lanciata l’esca attende che abbocchi il pesce e quando fu il momento del passaggio della bicicletta tesero la corda e il nemico era  caduto a terra, indifeso!!

 Don Mario frastornato, senza sapere perché e per come, si vide raggiunto da calci, pugni e bastonate da quattro donne con il viso coperto dalle stuoie,  senza potersi difendere. 

Poi udì  solo i passi della fuga nel silenzio della campagna. 

La vendetta si era compiuta.

Rimase a terra boccheggiante.

Gemendo e tenendosi le mani sulle costole si rialzò lentamente  pulendosi la tonaca e recuperando il cappello poi, piano piano zoppicando, riprese il cammino trascinando con sé la bicicletta, con la ruota tutta storta, verso il paesello.

Ma non sarebbe finita così! Le aveva riconosciute! Aveva riconosciuto  la voce di Bruna e le altre anche perché a dire il vero mentre lo menavano lo chiamavano “Porco Schifoso!!”. 

Ora toccava a lui vendicarsi e la sua vendetta sarebbe stata terribile!!!!

Conosceva bene don Giacinto e ci sarebbe andato a parlare! Eccome!!!  La parola di un prete conta molto di più di quattro ragazzine poveracce ! Le avrebbe fatte licenziare! Avrebbe condannato alla fame le loro famiglie, nessuno le avrebbe più prese a servizio!

Quindi, finita la messa, che celebrò con parole al veleno e dolorante, si presentò a casa dell’imprenditore boschivo.

La moglie lo fece accomodare.

– “Ma quale buon vento la porta qui? Don Mario?!” – Disse Don Giacinto dalla porta dello studio.

– “Nessun buon vento Don Giacinto mio, solo rabbia !!! Rabbia verso la  maleducazione e la delinquenza delle sue operaie!!! oggi mi hanno aggredito e buttato dalla bicicletta!!! se fossi stato più debole sarei morto!!! guardate qui come mi hanno combinato!!!” – e mostrò le ferite e la tunica strappata –  “A me, un uomo di Dio!!!!”

– “Le mie operaie? ma ne siete sicuro?!”

– “Certo!! dovete prendere provvedimenti!!! Dovete licenziarle sennò le denuncio e faccio finire in galera i loro padri!!”.

– “Non preoccupatevi, ora me la vedo io!”, disse don Giacinto fuori di sé, poiché mai avrebbero dovuto permettersi, mentre stavano lavorando, di compiere un gesto simile, screditando anche la sua autorità!! Lui le trattava come un padre!

Salutato il prete e rassicurandolo che le avrebbe mandate via, chiamò un suo garzone e gli chiese di andare a trovare subito le quattro ragazze.

Dopo poche ore erano tutte e quattro al cospetto di Don Giacinto.

– “Allora!? Non dovete dirmi niente!?” disse con uno sguardo che le gelò.

– “No Don Giacinto, cosa dovremmo dirvi?!” rispose Bruna, per niente intimorita e immaginando già il perché erano state convocate.

– “Non dovete dirmi per caso come mai avete aggredito Don Mario?!” e urlò.

Le quattro si guardarono in faccia e fu sempre Bruna ad aprir bocca, uno perché era la più grande, due perché era l’artefice principale del piano, tre perché se ne fotteva altamente di tutti e non aveva peli sulla lingua..

– “Caro Don Giacinto, la motivazione dovete chiederla al prete, non a noi, e chiedetegli pure se quando una si va a confessare lui è autorizzato a fare il porco!” e raccontò quanto era accaduto a Maria nella canonica.

Sentite le motivazioni Don Giacinto cambiò totalmente espressione e  disse: 

– “Avete fatto bene! e poche sono state le mazzate, andate e domani mattina presentatevi a lavoro, con il prete me la vedo io.”

Don Mario, passati alcuni giorni, non vedendo messa in atto nessuna azione punitiva nei confronti delle ragazze si presentò nuovamente a casa di Don Giacinto, bussò e ribussò ma nessuno apriva, finche alla porta si presentò lo stesso Don Giacinto, che non  gli diede nemmeno il tempo di parlare, né lo invitò ad entrare:

 – “Vattene, che ti è andata pure bene… prendo un bastone e ti spacco la testa… furfante!”.

Così il prete con la coda tra le gambe, impaurito, si allontanò in fretta  e pensò tra se di non far più parola a nessuno di quanto accaduto per non alimentare altri problemi, se la curia fosse venuta a saperlo sarebbero stati guai seri.

Così si chiuse la vicenda e la vita riprese a scorrere tranquilla, don Mario si riprese e faceva le sue lunghe passeggiate quotidiane, salutando ora questo ora quell’altro avventore, confessando qualche  vecchietta e conducendo la vita del buon pastore. 

Un giorno in una di queste passeggiate si ritrovò in una situazione surreale: la strada era sbarrata da alcuni giovani che trasportavano una bara… intenti in un’animata discussione.

– “Buongiorno Don Mario” dissero, posarono la bara e iniziarono a litigare furiosamente tra di loro, cercò di intervenire per placare gli animi e senza volerlo si ritrovò coinvolto nella discussione. L’argomento della diatriba era sulle misure della bara; chi sosteneva fosse  piccola, chi grande e chi sosteneva fosse troppo stretta di spalle e che un uomo non ci sarebbe mai entrato!

Si creò una baraonda che per poco non diventò rissa, finché uno dei ragazzi, il più assennato che cercava di mettere pace, disse: 

  • “Ma vi rendete conto che è piccola!?!? Il morto è grande quanto Don Mario! non può starci!!” 
  • “ Si che ci sta!”  –  
  • “no, non ci sta!” 
  • “Don Mario! Facciamo la prova! provate ad entrarci voi! fatemi questa cortesia sennò oggi questi si scannano!”.

Il prete, incitato dal ragazzo e per mettere fine alla discussione, accettò di stendersi dentro la bara,  ma appena vi si coricò i ragazzi chiusero il coperchio, in quattro vi si sedettero sopra mentre uno di loro lo inchiodò! 

Così con il prete  dentro la bara, che gridava e tirava calci e pugni per uscire,  fecero il giro del paese inscenando un funerale, tra applausi e risate.

Don Mario fu trasferito in un’altra parrocchia, lontano, e di lui non si seppe più nulla.

Bruno Tassone

Un Addio

-“Mio padre allora prese un coltello, che usava per tagliare il pane,  e li minacciò, così poi se ne andarono altrove in un altro vagone ad infastidire altri passeggeri…”

-“ Incredibile! ma si sa che nelle vicinanze di Napoli qualche balordo sale sempre sul treno in cerca di soggetti da derubare, evidentemente quella volta gli è andata male! non devi avere paura…”.

Il Treno  partito da Reggio Calabria con destinazione Milano Centrale, superata la stazione di Roma Termini ,viaggiava ad una velocità costante e finalmente senza sballottamenti, lasciandosi alle spalle la tortuosità della ferrovia meridionale dove spesso era costretto a rallentare la sua corsa.  Il rumore cadenzato che le ruote producevano passando sui giunti delle rotaie conciliava il sonno. 

 Lei guardava fuori dal finestrino le luci delle città in lontananza, meravigliose, intermittenti come quelle delle luminarie del paese quando era in festa. 

Però non era un gioco pensava, mentre suo padre dormiva disteso con i piedi sui sedili in finta pelle, questo viaggio sarebbe stato per sempre, non come quelli che faceva da bambina verso la città del Duomo per poi fare ritorno a casa. 

– “Ti capita mai di pensare cosa si dicono quelle figure che si vedono dalle finestre dei loro appartamenti quando ci passiamo vicini?  Che voci hanno?  Sono seduti a tavola, discutono?  alcuni stanno facendo l’amore nelle loro stanze da letto? si sussurrano parole dolci, o di rabbia!?  chissà… che vite vivono questi delle città? sempre di corsa! Sono sereni a quest’ora della sera, ritornano  stanchi al loro nido come fanno gli uccelli dopo aver svolazzato qua e la per tutto il giorno in cerca di cibo…”

Il libro si chiuse sulle gambe e la luce del vagone si spense.

– “ A volte credo che non esistano, così come a volte penso che tu non esista, se non nella mia mente… Tu parli senza dire una parola, hai questa assurda capacità… io credo che tu provenga da un altro mondo, forse dagli abissi del mare, con quegli occhi azzurri… una creatura mitologica. Lasciami in pace ora però, vorrei dormire…”

Il controllore aprì la porta dello scompartimento,  la barba incolta e nessuna delicatezza o cortesia nel chiedere i biglietti, due turni di lavoro sulle spalle, l’Italia da nord a sud  e da sud a nord per ben due volte, ha viaggiato tanto, ma conosce solo il treno e panorami precari, città sconnesse dal suo essere e luoghi in cui non ha lasciato affetti.

-“Vedi, non puoi dormire… Se non ci sono io a parlare c’è lui che apre la porta. Vuoi che vada via? sai che se me lo chiedi lo farò… capisco bene che  per te è una questione di sopravvivenza…”

-“No rimani, anche in silenzio ma rimani, lo sai che ti voglio bene, ricordalo sempre, ma sono stanca…”

– “ Ok rimarrò… in silenzio, qui accanto, mentre dormi…”

 Poi, ombre di esseri umani in movimento, ognuna andava in qualche posto, arrivava e partiva con  valige pesanti, zainetti, ventiquattrore piene di documenti. Tutte a passo svelto per non perdere neanche un attimo della propria vita, come se questa fosse li, dietro ogni angolo a regalare opportunità e ricchezza. 

Quando aprì gli occhi tutta quell’umanità le sfilava davanti, vertiginosamente, e forse avrebbe voluto fermarla, forse ne aveva paura, non riusciva a capire bene cosa provasse in quel momento.

Lui era sempre li, nel riflesso del vetro, incastonato come un diamante tra le gocce di condensa. 

Un fantasma, che scompariva e poi si riaffacciava nei momenti più difficili della sua vita, aveva sempre parole consolatrici e spesso sapeva raggiungerle l’anima anche con il silenzio; non era forse questo il senso dell’amore? L’unione tra due esseri simili e perfettamente complementari?

 Un fantasma, uno di quelli che aprono le porte della mente e si accomodano nella stanza più segreta dell’anima dove credevi di poter accedere solo tu, e vi rimane, come fosse a casa propria. Lui era così, silenzioso e presente.

Ci parlava spesso, immaginava le loro passeggiate, i loro abbracci e i sorrisi, ma nulla era reale, non più.

Le valige pesanti erano già sulle spalle corpulente del padre che spingeva nel corridoio per farsi spazio tra gli altri passeggeri accalcati verso l’uscita.

Si girò a guardare lo scompartimento, il posto dove  lo aveva immaginato, seduto di fronte a lei. Ci guardò davvero, lo immaginò davvero. 

Poi giù, sul marciapiede affollato del binario n°9, con la valigia che pesava tutta una vita, verso la nuova casa e un nuovo futuro.

Ci passò davanti a quel finestrino, si girò e lui era li. 

Lo guardò per l’ultima volta e una lacrima scese impietosa…

– “Ciao” disse, e quegli occhi l’osservarono andar via tra la folla. 

Quegli occhi che sapevano di lei più di quanto lei stessa sapesse di sé.

Bruno Tassone